martedì 9 febbraio 2010

Punti di vista

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Che per la Toyota sia un periodo nero è noto. Per la storia dei difetti all'acceleratore di alcune auto, il 25 febbraio negli US è in programma un'audizione al Congresso per accertare quanto efficace ed effettiva sia stata la risposta della casa giapponese alle lamentele dei consumatori.

A questo proposito, in un articolo pubblicato sul Guardian, David Champion, a capo della sezione auto della rivista Consumer Reports, dice che il problema all'acceleratore delle Toyota è stato associato a 19 incidenti mortali in 10 anni, che equivale a 2 delle 40.000 vittime che trovano ogni anno la morte sulle strade americane. "Trovo che sia un poco esagerato che si tenga un'audizione congressuale per due morti su 40.000". Questione di punti di vista.

lunedì 8 febbraio 2010

Feed living. Dalla Cina con ferocia.

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 Il live feeding è l'ultima trovata che arriva dalla Cina: galline, pecore, vitelli da dare in pasto vivi alle tigri rinchiuse negli zoo. Avrà sicuramente un grande successo, soprattutto tra i turisti occidentali che hanno già messo su Youtube qualche video in cui appaiono tutt'altro che disgustati. Del resto circhi e zoo che costringono giorno dopo giorno alla dannazione animali che vivono per essere liberi sono una piaga di cui non riusciamo a liberarci.

Non dimentichiamoci di quello spettacolo disgustoso che è la corrida con il contorno di persone eccitate dal sangue che godono nel vedere torturare a morte un docilissimo toro. O i combattimenti tra cani e galli aizzati dalla nostra ferocia. L'ultima denuncia dell'Aidaa (Associazione italiana difesa animali ed ambiente) è il sospetto dell'esistenza di un canale di allevamento o rapimento di gatti per alimentare un traffico illegale di sangue destinato a strutture veterinarie.

Dietro il tornaconto economico, le traballanti pretese scientifiche per giustificare pratiche inutili e crudeli o motivazioni pseudo-artistiche di qualche regista, è la nostra crudeltà a dettare legge. Non risparmiamo nulla gli animali: maltrattamenti, abusi.

Peggio ancora, però, è il nostro quotidiano chiudere gli occhi di fronte a quelle catene di montaggio che producono morte, i mattatoi, nel cuore delle nostre campagne. Sono il moumento al nostro totale fallimento morale. Animali trattati come oggetti inanimati, portati da un capo all'altro dell'Europa, mandati a morire dopo viaggi lunghi, estenuanti, col terrore negli occhi, allevati e costretti a vivere in condizioni penose.

Nel suo libro, Il maiale che cantava alla luna, Jeffrey Masson spiega che i maiali sono animali dalla profonda socialità: provano amicizia verso i propri simili, nostalgia anche. E desiderano disperatamente vivere: quando vengono portati al macello gridano in maniera angosciante, e le loro grida sembrano umane. Per quanto ancora è sostenibile una società fondata sulla schiavitù e sullo sfruttamento intensivo che pratichiamo nei confronti di tutte le specie animali?

martedì 2 febbraio 2010

Baarìa: niente Oscar!

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Sul New York Times sono state pubblicate le nomination agli Oscar. Nella cinquina per il miglior film straniero non c'è Baarìa di Tornatore, il film candidato a rappresentare il nostro paese.

Foreign Language Film

"Ajami" — Israel

"El Secreto de Sus Ojos" — Argentina

"The Milk of Sorrow" — Peru

"Un Prophète" — France

"The White Ribbon" — Germany

Ricorderete che Baarìa ha suscitato qualche polemica per la scena della macellazione di una vacca. Naturalmente il sospetto è che questi registi, oltre a considerare gli animali alla stregua di cose di cui disporre a piacimento, approfittino della pubblicità gratuita innescata dalle inevitabili polemiche che vengono fuori di fronte a questa ostentazione di disprezzo per la vita. Anche per questo stupisce l'assoluta indifferenza degli attori di Tornatore di fronte a un simile "spettacolo". Proprio per questo, mediocrità a parte (a detta anche di molti critici), non era il caso di candidare questa specie di film.

mercoledì 20 gennaio 2010

Cameron Neylon e l'open science

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Si è concluso domenica 17 il Festival delle Scienze di Roma, quinta edizione, che è un insieme di incontri e conferenze un po' scienza e un po' tecnologia.

Tra le cose più interessanti quest'anno c'è stata una conferenza di Cameron Neylon. Chi è Cameron Neylon? È un biochimico che lavora all'ISIS, un centro di ricerca a Didcot nell'Oxfordshire, ed è uno dei portatori dell'idea di open science: rendere accessibili, sia ai ricercatori della comunità scientifica che ai non addetti ai lavori, tutti i dati sperimentali.

Un modo per rendere più trasparente a tutti il processo che va dall'esperimento di laboratorio alla pubblicazione scientifica nella quale spesso si omettono "dettagli" relativi alla selezione dei dati e dei risultati. Per esempio in campo biomedico un problema rilevante è quello del publication bias: molti studi, in assenza di risultati significativi, non vengono pubblicati. Tenere un diaro online aperto a tutti della propria attività scientifica, significa essere completamente trasparenti anche su tutte le idee che non hanno funzionato.

Ma come si fa a fare open science? La soluzione di Neylon è di mettere online su un blog i dati sperimentali: risultati, annotazioni, commenti. E l'authorship? Per Neylon dovrebbe valere come autenticazione la data di pubblicazione sul diario di laboratorio. Una bella differenza dalle policies di embargo di alcune riviste, come Nature, in base alle quali gli autori di papers in revisione non possono divulgare i risultati prima della pubblicazione. Esistono poi progetti come OpenWetWare che offrono attraverso la piattaforma wiki la possibilità di creare diari di laboratorio elettronici e un vero e proprio laboratori collaborativo per pubblicare i risultati di esperimenti ma anche per scrivere articoli, in genere pubblicazioni brevi che aggirano la forma un po' ingessata di stato dell'arte/materiali e e metodi/ risultati /conclusione degli articoli scientifici.

Certo che a pensare alle riviste subissate di lavori che a paper accettato ci mettono anche più di un anno per la pubblicazione cartacea...

lunedì 11 gennaio 2010

Body scanner: sotto il vestito niente

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I dubbi sui body scanner si sono concentrati sui pericoli per la salute associati a questa tecnologia, rilanciati anche da uno studio americano. Ma una questione altrettando interessante è se il loro impiego sia utile per davvero.

Nelle immagini finora diffuse ci hanno sempre mostrato una sagoma opacizzata nude-look con una pistola nascosta sotto i vestiti. Se i terroristi tentassero di salire su un aereo così non ci sarebbe bisogno di body scanner...

Se proprio dobbiamo rinunciare alla nostra privacy come minimo ci aspettiamo che questa apparecchiatura (costosa com'è oltretutto) sia in grado al 100% di individuare un terrorista che voglia salire a bordo con esplosivi e aggeggi strani. Sarà così? Ovviamente no. Ogni volta che andiamo in ospedale a fare un test diagnostico non abbiamo la certezza al 100% che il risultato sia corretto. C'è sempre un margine di errore e il test potrebbe dare un esito falsamente positivo (il test ci dice che siamo malati ma in realtà siamo sani) o falsamente negativo (il test ci dice che siamo sani ma in realtà siamo malati).

Nel caso dei body scanner spereremmo di non avere falsi negativi, cioè vorremmo che l'apparecchiatura identificasse tutti i terroristi con esplosivo. Il modo più semplice è fare in modo che il body scanner segnali come sospetto ogni passeggero: 0 falsi negativi ma tantissimi falsi positivi. Una situazione poco utile, ma se vogliamo un macchinario che sia altamente sensibile (che suoni ogni volta che qualcuno con dell'esplosivo venga monitorato) bisogna accettare l'eventualità che vengano segnalati un certo numero di falsi positivi, cioè che l'allarme scatti anche per persone "pulite".

Immaginiamo che investendo molti, molti, molti milioni di euro, degli ingegneri molto, molto bravi riescano a progettare (ammesso sia possibile) un body scanner che sia al 100% sensibile (0 falsi negativi) e al 99,99% specifico (1 falso positivo ogni 10000 passeggeri). Per sapere se il body scanner è realmente utile dobbiamo calcolare la probabilità che il suo allarme identifichi correttamente un passeggero con indosso dell'esplosivo.

Questa probabilità sarà tanto maggiore quanto maggiore è la probabilità che un terrorista tenti di imbarcarsi con l'intenzione di farsi esplodere in volo. Se quest'ultima probabilità è molto bassa, in linea teorica non vale la pena implementare questi sistemi di sicurezza. E' lo stesso principio in base al quale le campagne di prevenzione basate sullo screening, come per esempio la mammografia, sono inutilmente dannose (e costose) se rivolte alla popolazione generale (in cui la diffusione della malattia è bassa) ma sono utili invece se si concentrano nelle fasce di età a rischio.

Cerchiamo qualche dato sul volume del traffico aereo su google e troviamo sul sito dell' Airports Council International che i TOP 30 aeroporti hanno annualmente un traffico passeggeri internazionali pari a 827.754.226 (dato riferito al 2007). Quanti terroristi hanno cercato di farsi esplodere in volo? Che io ricordi, dal 2001 ad oggi (in 8 anni), ci sono stati:

- il tizio salito a bordo di un aereo con una bomba nelle scarpe;

- la decina di terroristi arrestati in UK nel 2006 (arrestati comunque grazie al lavoro di intelligence prima di arrivare in aeroporto) ;

- il nigeriano sul volo di natale per Detroit.

Dodici in tutto.

Quindi la probabilità che uno tra gli 827 milioni di passeggeri sia un terrorista pronto a farsi esplodere è pari a circa (12/8)/827.000.000. Da questo dato possiamo calcolare che la probabilità che l'allarme del body scanner segnali correttamente un terrorista è di circa 1 su 18.000, ovvero 0,000018.

E' così ridicolmente bassa che viene il sospetto che il nigeriano con l'esplosivo negli slip all'ennesimo falso allarme probabilmente sarebbe passato inosservato anche attraverso il body scanner.

domenica 10 gennaio 2010

Influenza A/H1N1: i bollettini del ministero

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Ci hanno messo un po' di tempo ma finalmente anche al Ministero della Salute hanno capito che confrontare le stime di mortalità dell'influenza stagionale con il numero di decessi da A/H1N1 non è corretto e nell'ultimo bollettino settimanale infatti il confronto tra i due dati non c'è più:

 
 

Influenza A/H1N1: il punto della situazione alla settimana 52 (21-27 dicembre)

Vittime correlate all'influenza A

La percentuale delle vittime correlate all'influenza A è stata aggiornata rispetto al numero totale di casi stimati da Influnet ed è pari a 0,0048 per cento dei malati, contro lo 0,2 per cento delle vittime correlate alla normale influenza. Va considerato che essendo la percentuale delle vittime calcolata considerando i casi clinici segnalati al sistema di sorveglianza, poiché questi sono molto probabilmente sottostimati, il valore potrebbe essere addirittura inferiore alla stima sopra riportata.

  
 

Influenza A/H1N1: il punto della situazione alla settimana 53 (28 dicembre 2009-3 gennaio 2010)

Vittime correlate all'influenza A

La percentuale delle vittime correlate all'influenza A è stata aggiornata rispetto al numero totale di casi stimati da Influnet ed è pari a 0,005 per cento dei malati. Va considerato che essendo la percentuale delle vittime calcolata considerando i casi clinici segnalati al sistema di sorveglianza, poiché questi sono molto probabilmente sottostimati, il valore potrebbe essere addirittura inferiore alla stima sopra riportata.

lunedì 4 gennaio 2010

Influenza A/H1N1: una storia non ancora finita

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E' stata una delle storie dell'anno appena passato, ed è una storia non ancora finita. Molta cronaca, pochi approfondimenti; dall'allarmismo delle prime settimane si è passati al silenzio. La prima pandemia del secolo è anche un po' la storia di come giornali e media, nel bene e nel male, hanno trattato la vicenda. Tra i giornalisti che hanno coperto meglio l'intera vicenda c'è sicuramente la canadese Helen Branswell che nel suo ultimo articolo fa una sintesi di questi mesi: dalla sorpresa iniziale (la scommessa della comunità scientifica era che la pandemia sarebbe stata scatenata da un virus H5N1) alla confusione delle prime settimane tra media e pubblico fino all'impressione generalizzata, ma piuttosto semplicistica, che la notizia sia stata una montatura.  

Eppure la confusione dei primi giorni era reale e non solo mediatica ed era dovuta al fatto che gli scienziati erano confusi: con i nuovi strumenti informatici a disposizione per la prima volta è stato possibile seguire in tempo reale lo svilupparsi di un'epidemia influenzale, nell'impossibilità però di prevedere come si sarebbe sviluppata la situazione. E La stessa Branswell riporta l'opinione di alcuni esperti sanitari secondo cui la medicina oggi a disposizione ha mitigato qualcosa che avrebbe potuto assomigliare alla spagnola - anche se, per dirlo con certezza, ci vorrà ancora un po' di tempo: forse un anno o due, il tempo necessario di avere a disposizione tutti i dati e calcolare l'eccesso di mortalità confrontabile con quello dell'influenza di stagione. 

In un'intervista di fine anno, il direttore generale del WHO, Margaret Chan, ha tirato le somme sui piani di e pandemici evidenziandone i punti di debolezza soprattutto in vista di : in particolare la difficoltà di produrre vaccino in quantità sufficiente per tutti i paesi e la difficoltà di comunicazione. 

In Italia la comunicazione non è stata per nulla brillante, criticata anche da Peter Sandman, uno dei più noti comunicatori del rischio. In maniera errata (anche secondo il WHO) si continua a confrontare la percentuale delle vittime correlate all'influenza A (che prende in considerazione il numero di casi clinici confermati) contro lo 0.2 per cento delle vittime correlate alla normale influenza (che stima un eccesso di mortalità). I dati ufficiali riportano 193 decessi, concentrati in maggioranza nelle regioni meridionali. In particolare in Campania si è registrato il 25% (48) dei decessi e in Puglia il 15% (29), a dispetto del fatto che la popolazione campana rappresenta solo il 10% di quella italiana; mentre quella pugliese il 6% . Ancora nessuno dati alla mano sembra interessato a spiegare il motivo. 

E nei prossimi mesi? Per il momento la pandemia si è rivelata poco virulenta, ma il fatto che il picco influenzale è stato superato non significa che la pandemia è passata. In UK a dispetto del fatto che è diminuito il contagio a livello di comunità si continuano a registrare casi mortali e un tasso di ospedalizzazione abbastanza elevato. Ma ancora una volta la parola d'ordine è cautela. Nessuno può dire se e quando ci sarà un'altra ondata.

venerdì 1 gennaio 2010

Le peggiori idee del decennio

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Nel bilancio delle cose peggiori che hanno caratterizzato questo decennio il Washington Post mette il movimento anti-vaccinazioni.

Durante l'emergenza sanitaria H1N1 questo movimento di opinione, piuttosto aggressivo negli US dove raccoglie anche star di Hollywood, si è visto all'opera con personaggi vari che, innegabilmente, hanno un certo seguito - su Youtube cliccatissimo il video una suora benedettina che sosteneva come il WHO avesse il potere di imporre un programma di vaccinazioni obbligatorie .

Il movimento anti-vaccinazioni è nato nei primi anni Duemila sulla base di alcuni studi scientifici (da punto di vista metodologico poco rigorosi ) che attribuivano ai vaccini pediatrici la causa dell'autimo.

e sul Washington Post viene definito come "one of the most catastrophically horrible ideas of the decade".

In particolare la controversia vaccini-autismo risale ad un articolo pubblicato su Lancet nel 1998 da Andrew Wakefield, un gastroenterologo che lavorava al morbo di Chron, su uno studio condotto su un piccolo numero (dodici) di bambini autistici. Secondo Wakefield il virus vaccinale del morbillo del vaccino trivalente (morbillo-parotite-rosolia) produceva un'alterazione delle cellule epiteliali dell'intestino che modificava la permeabilità intestinale, portando ad un assorbimento di tossine ed a lesioni dei neuroni cerebrali con esito nell'autismo.Gli studi successivi (condotti su campioni più grandi di soggetti) hanno negato in maniera definitiva qualunque rapporto di causa effetto tra vaccino trivalente e autismo.

Eppure, nonostante le evidenze scientifiche, oltreoceano il movimento anti-vaccini si è fatto sempre più forte iniziando ad incidere anche sulle politiche di sanità pubblica. Il Washington Post cita il dato della California dove rispetto al 1997 è raddoppiato il numero di bambini che non vengono vaccinati (si perde in questa maniera la cosiddetta immunità gregge, la capacità di una società di resistere collettivamente ad una malatta infettiva rendendo più difficile il contagio quando la maggioranza della popolazione è immunizzata).

Ma l'effetto più insidioso che si porta dietro è, come definisce il WP, filosofico. I seguaci del movimento contribuiscono a diffondere un sentimento di diffedenza nei confronti della scienza e dei ricercatori, che farebbero parte di un'elite a servizio di Big-Pharma.

Una paranoia, che però si alimenta dell'enorme e concreto problema dei conflitti di interesse che riguarda la ricerca biomedica e fa leva sul difficile rapporto tra il diritto dell'individuo di decidere della propria salute e la salute pubblica.

giovedì 31 dicembre 2009

L'ultima storia dell'anno

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L'ultima storia dell'anno è la storia dell'anno, con un finale in crescendo di violenza.

La choccante repressione in Iran, gli incubi del terrorismo che incupiscono la quotidianità. Le guerre che continuano, una nuova che inizia in Yemen. Non è bastata la parola magica Obama a disperdere il male.

Da noi, nel nostro piccolo paese, nella provincia del mondo, a fare notizia sono stati due matti.

Forse solo loro, solo i matti, vanno dritti al cuore delle cose.

venerdì 25 dicembre 2009

Cane o gatto: chi è più intelligente?

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Secondo New Scientist, che ha messo insieme i risultati di alcune ricerche, cane batte gatto 6 a 5. Che scoperta però: se si definisce l'intelligenza animale in funzione dell'utilità e del rapporto che i nostri amici dal pelo lungo hanno con noi umani stupisce semmai che il gatto se la sia giocata quasi alla pari con il cane.

E vogliamo parlare anche dell'utilità del gatto nell'arte e nella scienza? Ovunque si trovano piccole impronte feline: il gatto di Schroedinger, il gatto meraviglioso nell'Annunciazione di Lorenzo Lotto. Baudelaire, Céline, Thomas Eliot: cosa sarebbero stati senza un gatto?

Ma non voglio dire che i gatti sono più intelligenti dei cani. Per me cani e gatti sono intelligentissimi oguno a modo proprio. Per certo il mio gatto è molto più intelligente di me. "Bella forza", penserete "con tutte le sciocchezze che scrivi non ci vuole molto." Anyway, se proprio devo dirlo, tra cane e gatto il meno intelligente mi pare proprio sia l'uomo

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