mercoledì 29 settembre 2010

Emicrania e TRESK


"Ho preso l'abitudine di dire emicrania per mal di testa", scriveva Roland Barthes. Forse perché è una bella parola, fino a quando la luce non si fa come una lama che entra dentro nella testa, e i rumori diventano insopportabili, come tutto... Poi all'improvviso il sollievo perché la notizia sembra di quelle buone: "I ricercatori etc. etc. hanno scoperto infatti che alla base dell'emicrania etc. etc. c'è un gene che non funziona, che agisce direttamente sul cervello."

La ricerca è stata pubblicata su Nature Medicine ma a leggere il paper viene fuori che i media sono stati un pochino, ma soltanto un pochino, ottimisti nell'interpretare i risultati. Perché si tratta certamente di un passo importante nell'identificazione delle potenziali cause genetiche dell'emicrania con aura (i disturbi visivi che in alcuni casi accompagnano l'emicrania), ma è solo l'inizio. E non è ancora chiaro se i risultati porteranno allo sviluppo di qualche farmaco. Insomma è troppo presto per dire che gli scienziati hanno scoperto il modo di "spegnere" il mal di testa.

La ricerca è stata condotta da ricercatori della Université de Montréal e della Oxford University che hanno analizzato il DNA di oltre 1.200 persone alla ricerca di mutazioni di un particolare gene chiamato a svolgere un ruolo nel funzionamento delle cellule nervose. E' stata identificata una particolare mutazione in una donna con attacchi di emicrania con aura. Si è quindi risaliti ai familiari della donna e si è riscontrato che tutti coloro che avevano la mutazione erano anche soggetti ad attacchi di emicrania con aura. Ulteriori indagini hanno dimostrato che la mutazione ha effetti sul trasferimento dei segnali nervosi tra le cellule del midollo spinale e quelle del cervello.

Tecnicamente si è trattato di uno studio caso-controllo, in cui le sequenze del DNA trovato nel gene candidato sono confrontati tra le persone con la condizione (casi) e un gruppo di persone senza la condizione (controlli). A questo scopo sono state arruolate 110 persone con episodi di emicrania con aura delle qualii è stato sequenziato il gene KCNK18.

Questo è stato poi confrontato con la sequenza KCNK18 in un gruppo di 80 persone non soggette ad emicranie. Questo gene,il KCNK18, è alla base della produzione di una proteina chiamata TRESK K2P, nota per avere un ruolo nell'eccitabilità delle cellule nervose, ossia nella loro capacità di generare impulsi nervosi, e sospettata di avere un ruolo nel dolore.

 Per verificare i risultati della fase iniziale dello studio, è stata replicata l'analisi in un gruppo di 511 australiani con emicrania e un gruppo di 505 soggetti, appaiati per etnia, non soggetti ad emicranie.

 L'analisi del gene candidato ha individuato quattro varianti del gene KCNK18 presenti solamente in chi soffre di emicrania. Delle quattro varianti due non sono risultate associate ad alcun cambiamento nella proteina TRESK e dunque non sono state prese in considerazione. Una terza variante è stata identificata in un solo soggetto e, non essendo disponibili campioni di DNA dei familiari di questa persona, non è stata ulteriormente indagata. Infine la quarta variante è risultata associata alla funzione della proteina TRESK ed è stata quindi oggetto di un'analisi dettagliata nei familiari della persona che la presentava. Si è scoperto quindi che questa mutazione era presente solo negli otto familiari che soffrono di emicrania.

 Tracciando la storia della famiglia, i ricercatori hanno scoperto che questa mutazione ha agito in un modo dominante (cioè le persone che trasportano solo una singola copia della mutazione sono state colpite da emicrania con aura). La mutazione è stata riscontrata anche avere penetranza completa, ovvero tutte le persone in famiglia con la mutazione soffrono di emicranie.

 Mancano comunque ancora dei dettagli importanti, per esempio qual è il numero di persone nelle quali l'emicrania può essere causata da questo gene difettoso. La mutazione chiave individuata è infatti stata trovata in un cluster familiare identificato analizzando circa 600 persone non imparentate tra loro. Altre ricerche serviranno per verificare se questi risultati possono essere generalizzati ad una popolazione più ampia e se potranno portare allo sviluppo di qualche farmaco, cosa che richiederà comunque molto, molto tempo.

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