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lunedì 22 agosto 2011

Are books dead, and can authors survive?

"Are books dead, and can authors survive?" si chiede retoricamente Ewan Morrison spiegando la sua visione di un cupo declino dell'editoria, l'imminente fine del libro come prodotto di scrittori professionisti a causa della rivoluzione digitale.

La tesi di Morrison è che il digital publishing non mira a vendere contenuti, non è interessato a ciò che definiamo "cultura"; l'industria digitale offre contenuti gratuiti perché quello che vende è il profilo di milioni di consumatori agli inserzionisti pubblicitari
These digital providers are not in any way concerned with or interested in content, or what used to be called "culture". To them culture is merely generic content; it is a free service that is provided in the selling of customers to advertisers. Ideally for service providers, the customers will even provide the culture themselves, for free. And this is what we do when we write blogs, or free ebooks or upload films of ourselves, at no cost.
Il risultato finale sarà la fine degli scrittori professionisti (e di tutte quelle figure che devono confrontarsi con l'industria digitale)
writers, like musicians, filmmakers, critics, porn stars, journalists and photographers, will have to find other ways of making a living in a short-term world that will not pay them for their labour.
Una preoccupazione simile la esprime anche il giornalista Jonathan Rauch per il quale il blogging sta distruggendo un modello di business fondato sulla qualità:
I believe there are inherent problems with the blogosphere as a medium. Lack of a payment model militates against professionalism and rewards noisiness
Verrebbe da dire: that's life! you master the skills of nappy-changing then all of a sudden your kids are walking around wearing real underwear and you have no place to apply your talents.

Ma è vero che essere scrittori o giornalisti professionisti è garanzia di qualità? Non sempre, almeno non è così nel mondo accademico. Nelle università non si viene pagati per scrivere articoli. Si viene pagati per insegnare e fare ricerca ma non per pubblicare. Anche se le pubblicazioni servono perché - publish or perish - aiutano a fare carriera, ad ottenere fondi per nuovi progetti ma non a fare "cassa". That's life.

giovedì 10 aprile 2008

Scienza 2.0: promessa o pericolo?

Welcome to a Scientific American experiment in "networked journalism".

Sta prendendo forma l'articolo collaborativo, di prossima pubblicazione su Scientific American, che si propone di descrivere come i wiki, i blog e gli altri strumenti del Web 2.0 stanno entrando nel mondo scientifico cambiando, forse, il modo di fare ricerca.

Come spiega Christopher Surridge- editor di PLoS ONE, la rivista scientifica online ad accesso libero e gratuito della Public Library of Science che ha inaugurato l'open peer review: i lettori possono commentare, votare gli articoli e aiutare gli autori a migliorare il loro lavoro- la scienza non si esaurisce nell'evidenza sperimentale ma è il frutto di un processo di discussione dei metodi e dei risultati. La critica, la condivisione di idee e la comunicazione dei dati, anche al di fuori del canale della pubblicazione peer-reviewed, sono strumenti potenti per costruire nuove conoscenze. I blog, i siti Web collaborativi (wiki), le social networks si adattano perfettamente a questo modo di intendere la ricerca.

L'OpenWetWare Project del MIT è un esempio di successo su come utilizzare un wiki per tenere aggiornato il proprio lavoro. Una pubblicazione peer reviewed descrive un metodo e i risultati ottenuti dalla sua applicazione. Ma sa bene chi fa revisione sistematiche di lavori scientifici, e si imbatte nel problema del pubblication bias, che molti studi, in assenza di risultati significativi, non vengono pubblicati. Tenere un diaro online aperto a tutti della propria attività scientifica di laboratorio, significa essere completamente trasparenti anche su tutte le idee che non hanno funzionato.
Col rischio però che i diari di ricerca online possano diventare terreno di saccheggio di idee, un problema non da poco in tutti i settori, come quello biomedico, altamente competitivi, dominati dalla corsa ai brevetti - il tipico consiglio legale è non divulgare nulla prima di avere registrato l'authorship- ed alle prese con i problemi legati alla privacy dei dati.

E i blog?
"Scientists don't blog because they get no credit."
Su circa 50 milioni di blogs, Bora Zivkovic, autore di A Blog Around the Clock e Online Community Manager di PloS ONE, stima che circa 1000-1200 sono tenuti da scienziati (ecco la lista dei magnifici 50 pubblicata su Nature).
E capita non di rado che il maggior numero di commenti si conti quando i post sono un cocktail di scienza+politica+religione. E' lo stesso Paul Myers, il blogger di maggior successo, ad ammettere che il suo Web log non sarebbe tanto popolare se trattasse soltanto di temi scientifici.
Ed infatti molti considerano il tempo speso online come tempo rubato alla prossima pubblicazione - soprattutto i giovani ricercatori per i quali la strada maestra rimane pubblicare il più possibile in riviste peer reviewed - mentre chi commenta, specialmente se a scrivere sono studenti, si attiene, spesso, alla regola dello pseudonimo: nel dubbio meglio non offendere professori suscettibili.

Allora, camberà davvero il modo di fare ricerca la Scienza 2.0? Per Bora Zivkovic i tentativi online collaborativi che stanno proliferando sono come un processo darwiniano. Per il 99% si tratta di idee destinate a morire, qualcosa però ne verrà fuori e si diffonderà.
Ma vale la pena ricordare anche la lezione del grande matematico Alain Connes: quel che conta è la solitudine, per trovare qualcosa di veramente originale bisogna essere soli.